C'era una volta, ai margini di una foresta così vasta e antica che gli alberi, con le loro cortecce rugose e i rami protesi verso il cielo come braccia di giganti custodi, sussurravano segreti dimenticati dal mondo. In quel luogo isolato, dove l'aria profumava di resina e terra umida, viveva un povero boscaiolo. La sua casupola era un ammasso di tronchi grezzi, con un tetto di paglia secca che, ogni volta che il cielo si oscurava, lasciava passare gocce di pioggia gelida come piccole lacrime d'argento. Lì viveva con i suoi due figli: Hansel, un ragazzino dai capelli biondi color paglia e lo sguardo sveglio, sempre pronto a scrutare l'orizzonte, e Gretel, una bambina dolce con le trecce color castagna e un cuore tenero come il burro fresco. La vita era una lotta quotidiana contro il destino; la dispensa era spesso così vuota da sembrare un deserto e il vento dell'inverno fischiava tra le fessure delle pareti come un lupo affamato, facendo rabbrividire le ossa. Una sera, mentre la luna pallida illuminava il bosco come un occhio di perla, la matrigna, donna dal cuore arido e gelido come un sasso nel torrente, convinse il padre che l'unica soluzione per non soccombere agli stenti era abbandonare i bambini nel cuore profondo della foresta. Il boscaiolo, con le spalle curve sotto il peso di una tristezza infinita, cercava di opporsi, ma la donna, con voce tagliente come il ghiaccio, ripeteva che non c'era più pane per tutti. Hansel, rannicchiato nel suo giaciglio di paglia, udì ogni sillaba di quel crudele complotto. Il suo cuore batteva contro le costole come un tamburo di guerra. Gretel, tremando accanto a lui, gli strinse la mano con forza, le sue dita fredde cercavano calore. Non temere, sussurrò Hansel, io troverò una via. Non appena il silenzio avvolse la casa nel suo mantello nero, il ragazzo sgusciò fuori. L'erba era bagnata dalla rugiada, che brillava sotto la luna come piccoli diamanti sparsi. Con destrezza, Hansel riempì le tasche di sassolini bianchi, lisci e rotondi, che sembravano perle cadute dal firmamento. Il mattino seguente, il padre condusse i bambini nel profondo della foresta, dove il muschio ricopriva le rocce come un tappeto di velluto smeraldo. A ogni passo, Hansel, fingendo di guardarsi le scarpe consumate, lasciava cadere silenziosamente un sassolino. Quando la sera calò, tingendo il cielo di un viola profondo, il luccichio argenteo delle pietre guidò i piccoli verso la casa, sotto lo sguardo confuso del padre che non sapeva se piangere di sollievo o tremare di paura. Ma la matrigna, furiosa come una tempesta estiva, chiuse a chiave la dispensa. Il giorno dopo li condusse ancora più lontano, in un dedalo di sentieri dove gli alberi si stringevano come sbarre di una prigione. Hansel, non avendo fatto in tempo a raccogliere sassi, usò le briciole del suo unico pezzetto di pane, ma gli uccellini del bosco, piccoli ladri alati con occhi lucidi come perline, ne fecero un banchetto luculliano, lasciando il sentiero nudo. Quando il sole svanì, i bambini si ritrovarono smarriti. Camminarono per giorni sotto volte di alberi altissimi, ascoltando il fruscio misterioso delle foglie, finché, stanchi e con i pancini che brontolavano come tuoni lontani, apparve davanti a loro una visione incredibile. Una casetta fatta di marzapane profumato, con finestre di zucchero trasparente che riflettevano la luce dorata del tramonto e un tetto di cioccolato fondente che brillava come oro bruno. Il profumo di vaniglia, cannella e caramello era così intenso da inebriare i sensi. Si avvicinarono come gattini timorosi e staccarono un pezzetto di grondaia croccante, gustando quella dolcezza proibita. All'improvviso, la porta cigolò e apparve una vecchia curva, con un sorriso che sembrava gentile ma nascondeva spine velenose dietro le labbra sottili. Entrate, cari tesori, qui c'è abbondanza per voi!, disse con voce mielosa, che ricordava il miele denso versato su una fetta di pane caldo. I bambini, incantati dalla promessa di dolcezze, entrarono. Ma appena dentro, la donna rivelò la sua vera natura di strega malvagia: chiuse Hansel in una gabbia di ferro che puzzava di ruggine vecchia e costrinse Gretel a pulire e cucinare, mentre lei, con un occhio annebbiato dalla cataratta, cercava di capire se il ragazzo fosse abbastanza grasso per essere cucinato. Ogni mattina, Hansel le porgeva un ossicino di pollo, fingendo che fosse il suo dito, e lei, delusa, imprecava contro la sua magrezza con una voce rauca come quella di un corvo. Gretel piangeva lacrime salate mentre strofinava il pavimento di pietra, sognando le carezze della madre e il calore del focolare domestico. Infine, un mattino, la strega decise che l'attesa era finita. Ordinò a Gretel di accendere il forno gigante, le cui fiamme danzavano con una rabbia scarlatta. Gretel, con il cuore che batteva forte come un uccellino in una gabbia di vimini, disse con voce tremante: Non so come fare, la bocca del forno è troppo alta per me. La strega, stizzita, ringhiò: Sciocca bambina, guarda come si fa!. E si sporse verso le fiamme ardenti, con le mani ossute protese verso il calore. In quell'istante, con tutto il coraggio che aveva in corpo, Gretel diede una spinta energica alla strega, facendola cadere nel fuoco, e chiuse il pesante sportello di ferro con un colpo secco. Un urlo acuto squarciò l'aria, e poi, finalmente, tornò la quiete. Liberato il fratello, i due trovarono un baule ricolmo di perle e gioielli luccicanti che brillavano come sogni proibiti. Corsero fuori, attraverso il bosco che ora sembrava un parco incantato, finché videro il fumo del camino di casa salire nel cielo terso. Il padre li accolse in lacrime, e saputo che la matrigna non c'era più, si strinsero in un abbraccio che sapeva di casa, di legna bruciata e di rinascita. Non dovettero mai più patire la fame e impararono che, anche nelle notti più buie, l'amore fraterno è la lanterna che illumina sempre la strada di casa.

