C'era una volta, incastonata nella vastità sconfinata e perennemente grigia della prateria del Kansas, una piccola casa di legno che pareva un giocattolo abbandonato. Qui viveva Dorothy Gale, una bambina dagli occhi limpidi come il cielo dopo la pioggia. L'erba circostante, bruciata dal sole implacabile che dominava le giornate, aveva assunto una sfumatura giallo paglierino, una distesa monotona che si perdeva in un orizzonte privo di confini. La zia Em, con il volto segnato da rughe sottili come venature di una foglia secca, e lo zio Henry, uomo di poche parole e mani callose dal duro lavoro, vegliavano su di lei con affetto silenzioso. Ma la vera anima della casa era Toto, un cagnolino dal pelo ispido come una spazzola e il naso sempre in cerca di avventure. Toto amava correre tra le spighe secche, inseguendo farfalle color sabbia o insetti ronzanti, e i suoi abbai allegri erano l'unica musica che rompeva il silenzio della prateria. Un pomeriggio di fine estate, l'atmosfera cambiò in modo sinistro. L'aria, di solito secca e leggera, divenne improvvisamente densa, pesante, quasi elettrizzata, tanto da far rizzare i capelli di Dorothy. Il cielo azzurro pallido, come per un sortilegio, si tinse di un grigio plumbeo, opaco e inquietante. All'orizzonte apparve una macchia scura che cresceva a vista d'occhio: un ciclone, una colonna vorticosa che ruggiva come una bestia affamata, sollevando nuvole di terra rossa che oscuravano completamente il sole. Il rumore era un rombo sordo che faceva tremare persino le assi del pavimento. Dorothy, presa dal panico, cercò di afferrare Toto, ma il vento, furioso e indomabile, fu più rapido. In un attimo, la piccola casa fu sollevata da terra come fosse un leggero fuscello, scagliata in un balletto vorticoso tra nuvole turbolente e rami spezzati. Dorothy si rannicchiò in un angolo, stringendo Toto al petto col cuore che le batteva come un tamburo. Chiuse gli occhi, pregando in silenzio, finché, dopo un tempo che parve eterno, il fragore svanì in un silenzio irreale. Quando riaprì gli occhi, la casa era atterrata con una dolcezza quasi magica su un prato vellutato. Aprendo la porta, Dorothy emise un grido di pura meraviglia: il mondo fuori non era più grigio, ma esplodeva di colori che parevano dipinti da un artista innamorato. Fiori giganti color zaffiro e smeraldo danzavano al minimo soffio di vento, profumando l'aria di vaniglia e miele, mentre alberi maestosi portavano frutti lucenti che sembravano caramelle preziose, croccanti e succose. Piccole creature dai vestiti buffi e dai cappelli a punta, i Munchkin, uscirono dalle loro tane curiose, festeggiando con canti melodiosi che risuonavano come campanellini. La casa era atterrata proprio sopra la malvagia Strega dell'Est, liberando quegli esserini da una tirannia lunga decenni. Mentre il sole batteva caldo e rassicurante, apparve la Strega Buona del Nord, avvolta in un mantello di seta bianca che sembrava ricamato con raggi di luna e profumava di gelsomino e rugiada mattutina. Con un sorriso che avrebbe rassicurato anche la tempesta più feroce, si avvicinò alla bambina: «Prendi queste, mia cara,» disse, porgendole un paio di scarpette d'argento che brillavano di luce propria, quasi fossero stelle cadute sulla terra. «Segui la strada di mattoni gialli. Conduce alla magnifica Città di Smeraldo, dove vive il grande Mago di Oz. Solo lui, tra tutti gli esseri magici, possiede il potere di farti tornare nella tua amata prateria.» Dorothy, tenendo saldamente la manina di Toto, si incamminò con passo incerto ma pieno di speranza lungo il sentiero dorato. I mattoni, levigati dal tempo, riflettevano la luce del pomeriggio come monete d'oro. Il primo incontro avvenne in un campo di grano dove il sole baciava le spighe. Lì, appeso a un alto palo di legno, uno Spaventapasseri la salutò con un cenno malinconico. «Vorrei tanto un cervello per comprendere il grande enigma del mondo,» esclamò con voce stridula e un po' arrugginita, «ma ho solo paglia secca nella testa e uccelli che mi prendono in giro.» Dorothy, intenerita dalla sua tristezza, lo invitò a scendere e ad unirsi a lei: «Forse il Mago può aiutarti a trovare la tua saggezza,» disse. Proseguendo, giunsero in una foresta antica, dove gli alberi, con le loro fronde immense, sembravano sussurrare segreti al vento. Lì trovarono un Boscaiolo di Latta, immobile, bloccato da anni di pioggia e ruggine. Dopo averlo unto con cura e molta pazienza, il Boscaiolo mosse lentamente le braccia, poi sospirò con un suono metallico: «Il mio petto è freddo, vuoto e arrugginito; desidero ardentemente un cuore capace di provare amore e compassione.» Dorothy lo prese per la fredda mano metallica e il gruppo si ingrandì. Infine, tra i cespugli di un bosco ombroso, un Leone maestoso balzò fuori ruggendo, ma alla vista del piccolo Toto, svenne per la paura, emettendo un guaito quasi comico. «Cerco il coraggio,» singhiozzò il leone, asciugandosi una lacrima con la zampa, «perché dentro di me batte solo un cuore timoroso che trema al minimo fruscio di foglie.» Insieme, i quattro formarono una strana ma affiatata compagnia. Attraversarono boschi incantati dove le ombre giocavano con i raggi del sole e colline profumate di lavanda selvatica che inebriavano l'aria di un aroma dolce e selvatico. Ogni giorno, parlando dei loro desideri, scoprirono che il legame tra loro era più forte di qualunque magia. Arrivati alla Città di Smeraldo, una metropoli che brillava come una gemma incastonata nella terra, incontrarono il Mago, che li accolse tra fiamme colorate e voci tonanti, ponendo loro una condizione: «Vi aiuterò solo se sconfiggerete la temibile Strega Cattiva dell'Ovest.» Fu una battaglia memorabile: il cielo si fece cupo, il vento sibillava come mille serpenti e le scimmie volanti oscurarono il sole. Ma Dorothy, spinta dal desiderio bruciante di tornare tra le braccia di zia Em, non si perse d'animo. Vide un secchio d'acqua vicino a una porta e, con un gesto coraggioso, lo rovesciò sulla strega. La donna svanì in un soffio di vapore sibilante e acre, lasciando solo una macchia scura sul pavimento. Tornati dal Mago, scoprirono con stupore che dietro la sua voce tonante e le illusioni cromatiche si nascondeva solo un uomo comune, smarrito quanto loro. Eppure, la magia era reale, proprio lì in mezzo a loro. Glinda, la Strega Buona, apparve in una nuvola di luce rosata, accarezzando i capelli di Dorothy con infinita dolcezza: «Il tuo amico Spaventapasseri ha già mostrato saggezza, il Boscaiolo ha agito con infinita tenerezza e il Leone ha affrontato pericoli mortali pur tremando. E tu, cara Dorothy, hai sempre avuto il potere di tornare a casa, dovevi solo scoprirlo.» Dorothy capì finalmente: bastava chiudere gli occhi e battere tre volte i tacchi delle scarpette d'argento, sognando intensamente le spighe secche del Kansas. Mentre il mondo intorno a lei vorticava in una scia di luce calda e rassicurante, salutò i suoi amici con una promessa scolpita nel cuore. Quando riaprì gli occhi, era di nuovo nella sua grigia casa del Kansas. Si strinse forte alla zia Em, piangendo di gioia e sentendo il profumo della terra arata. Non c'era posto come la propria casa, ma Dorothy sapeva ora che il cervello, il cuore e il coraggio non erano doni da ricevere da estranei, ma scintille che brillavano già dentro di lei, pronte a illuminare ogni passo del suo futuro, ovunque la vita l'avesse portata.

