C'era una volta, in una notte di fine anno così gelida che il respiro si trasformava in piccole nuvole di vapore nell'aria, una minuscola bambina che vagava sola per le strade lastricate di ciottoli irregolari. Il cielo sopra la città era un manto di velluto scuro, trapuntato di stelle fredde e distanti che sembravano guardare il mondo con indifferenza. Il vento, un soffio maligno che sapeva di neve antica, fischiava tra gli angoli dei palazzi come un lupo affamato, infilandosi beffardo sotto i vestiti logori della piccola fiammiferaia. I suoi piedini, nudi e arrossati per il gelo, come due piccole bacche di ribes ghiacciate, lasciavano impronte tremanti sulla neve fresca che copriva il suolo, trasformandosi presto in un tappeto di brina croccante. La bambina stringeva al petto il suo grembiulino sgualcito, ricolmo di scatolette di fiammiferi, ma quella sera, nonostante il fervore delle feste, non ne aveva venduto nemmeno uno. Le persone correvano veloci verso case calde e luminose, avvolte in pesanti mantelli di pelliccia dal profumo di lana e vaniglia, senza nemmeno accorgersi di quella creatura fragile come un fiocco di neve smarrito. Le finestre delle case riversavano sulla strada rettangoli di luce dorata, ed era possibile sentire, passando davanti ai portoni, il suono di risate allegre, il tintinnio dei bicchieri e il profumo inebriante dell'oca arrosto che si diffondeva nell'aria gelida. Il pensiero del suo ritorno a casa la faceva tremare ancor più del freddo: suo padre, un uomo dai modi duri come pietra e dal cuore chiuso nel ghiaccio, l'aspettava per chiederle conto del denaro mancante, e lei sapeva bene che non avrebbe trovato che rimproveri. Le sue piccole dita erano diventate rigide e pallide, quasi bianche come la porcellana, tanto che quasi non riusciva a sentire il legno liscio delle scatole. Cercando rifugio in un angolo riparato tra due case alte, le cui pareti di mattoni sembravano stringersi protettive attorno a lei, si rannicchiò su se stessa, cercando di contenere quel calore che fuggiva via. «Solo uno, ne accenderò solo uno per sentire un po' di tepore, solo per un istante,» sussurrò a se stessa, con la voce incrinata dal tremito. Sfregò il fiammifero contro la parete ruvida e umida: uno zolfanello brillò, emettendo una luce calda e dorata che danzò nell'oscurità come una minuscola stella caduta tra le sue dita. In quell'istante, davanti ai suoi occhi stanchi che bruciavano di stanchezza, apparve una visione miracolosa: un immenso forno di ferro, nero e lucido, con le porticine aperte e un fuoco scoppiettante che danzava vivace, sprigionando scintille come lucciole estive. Il calore sembrò accarezzarle il viso, e per un momento lei allungò le manine per scaldarsi le dita intorpidite, sentendo quasi il profumo del legno che ardeva. Ma ahimè, la fiammella si spense in un sibilo improvviso, e il calore svanì, lasciandola di nuovo nell'abbraccio gelido e implacabile della notte, circondata dal silenzio della neve. Non si arrese e ne accese un secondo. La luce danzò nell'oscurità e, come per magia, vide una tavola imbandita, lunga e accogliente, con una tovaglia di lino bianco candido, candele profumate che svettavano eleganti e, al centro, un'oca arrosto che fumava, colma di mele dorate e prugne scure. Il profumo delizioso di erbe e carne arrostita sembrò avvolgerla, facendole sentire meno i morsi lancinanti della fame. Ma proprio quando allungò la mano tremante per toccare quell'abbondanza, il fiammifero svanì, lasciandola sola con il rumore sordo del vento che ululava tra i tetti. Accese il terzo, ed ecco che un albero di Natale immenso e scintillante, più maestoso di quello che aveva visto guardando furtivamente dalle finestre dei ricchi, illuminò l'angolo buio con una luce che pareva provenire da un mondo fatato. Migliaia di candeline brillavano tra i rami verdi, carichi di palline color oro e fili d'argento che riflettevano la luce come specchi magici. La piccola tese le mani verso tanta bellezza, sentendosi improvvisamente leggera, ma l'ultima fiamma si spense in un battito di ciglia. Allora, con il cuore colmo di una speranza che superava ogni dolore e una tristezza che sapeva di addio, accese l'intero mazzo. La luce divenne intensa come il sole di mezzogiorno, inondando l'angolo oscuro di un chiarore celestiale, e in quel bagliore magico apparve la sua amata nonna, l'unica creatura che le avesse mai voluto bene, con il volto illuminato da un sorriso dolce e gli occhi pieni di una luce gentile, limpida come un ruscello di montagna. «Nonna!» esclamò la bambina, con il cuore che batteva forte, quasi volesse scappare dal petto per la gioia. «Ti prego, portami via con te! Non lasciarmi qui al freddo e alla solitudine!» La nonna, con mani morbide come il velluto, la avvolse in un abbraccio così caldo, profumato di fiori primaverili e amore infinito, che ogni paura e ogni dolore svanirono come nebbia al sole. Insieme, come due piume trasportate da una brezza leggera e profumata, iniziarono a salire verso l'alto, lasciando indietro il mondo terreno, il buio, il freddo pungente e le sofferenze, per giungere in un luogo di pace eterna, dove il sole non tramonta mai e dove il gelo è soltanto un ricordo lontano. La mattina seguente, quando il primo timido raggio del sole dell'anno nuovo si levò illuminando i tetti imbiancati, la gente trovò la piccola fiammiferaia seduta nell'angolo riparato tra le case, con le guance ancora rosee, le labbra dischiuse in un sorriso celestiale e una serenità che mai aveva conosciuto in vita sua. Era circondata dai resti dei fiammiferi bruciati, piccoli frammenti di legno nero che avevano testimoniato il suo viaggio. «Poverina, ha cercato di scaldarsi durante la notte,» mormorarono i passanti con voce commossa, scuotendo il capo, senza poter immaginare che, in quella notte di stenti, lei aveva finalmente trovato il calore più grande di tutti: l'abbraccio dell'amore che mai ha fine.

