C'era una volta un imperatore che possedeva un amore smisurato per i vestiti eleganti. Il suo guardaroba era una stanza immensa, un vero scrigno profumato di cedro e incenso, colmo di sete lucenti che scorrevano come acqua, velluti pesanti color del cielo al tramonto e broccati tempestati di fili d'oro che brillavano come mille stelle racchiuse in una trama. Cambiava abito ogni ora: al mattino indossava tuniche color pesca, al mezzogiorno sete azzurre come il mare profondo, e per la sera prediligeva il porpora regale. Passava ore davanti a specchi dorati a rimirare il taglio di una manica o la morbidezza di un colletto ricamato a mano. Per lui, il resto del mondo non esisteva: il regno, i bisogni dei sudditi e le questioni di stato erano solo fastidiosi brusii di fondo che disturbavano la sua quiete. Un mattino di primavera, mentre il sole filtrava dalle finestre spalancate portando con sé il profumo dei fiori di tiglio, arrivarono alla corte due individui dall'aria furba, il sorriso mellifluo e gli occhi sbarrati dal fervore del raggiro. Indossavano abiti rattoppati, ma camminavano con l'arroganza di chi possiede il mondo. Si presentarono come tessitori prodigiosi provenienti da terre lontane. Maestà, esclamarono con un inchino profondo che quasi sfiorava il pavimento di marmo, noi creiamo un tessuto che non ha eguali nell'intero universo. È di una bellezza soprannaturale, con colori che mutano come i sogni e disegni che danzano se solo li si osserva per un istante. Ma c'è un segreto, sussurrarono avvicinandosi al trono: la stoffa è invisibile a chiunque sia sciocco o assolutamente inadatto al proprio ufficio. L'imperatore sgranò gli occhi, immaginando il potere di scoprire finalmente chi tra i suoi cortigiani fosse indegno della sua fiducia. Pagò subito una fortuna in sacchi di monete d'oro sonanti e fornì ai due finti artisti le sete più preziose e i fili d'oro puro del suo tesoro personale. I due imbroglioni si chiusero in una grande sala, montarono due telai vuoti e iniziarono a lavorare con una foga teatrale. Le loro mani si muovevano rapide nell'aria, intrecciando il nulla con gesti fluidi, come se stessero filando i raggi del sole. Guardi questo intreccio, Maestà! dicevano, mentre le loro dita pizzicavano l'aria vuota con malizia, producendo un leggero rumore di sfregamento che pareva seta vera. L'imperatore, impaziente come un bambino prima di una festa, mandò il suo vecchio e saggio ministro a controllare il progresso. Il pover uomo entrò nella sala, il cuore che gli batteva forte come un tamburo. I suoi occhi invecchiati cercarono desperatamente una trama, un colore, un filo, ma vide solo il legno spoglio del telaio che catturava la polvere. Il cuore gli sprofondò in petto come un sasso in un pozzo. Oh cielo, pensò, sono forse diventato stupido? Non può essere! Ma per orgoglio, temendo di perdere il suo posto di prestigio, si avvicinò e disse con un sorriso tremante: È... è assolutamente magnifico! Che disegni squisiti e che sfumature splendide, complimenti vivissimi! I due truffatori ridacchiarono sotto i baffi, descrivendo colori di una vivacità mai vista prima, citando tinte che non esistevano. Anche gli altri cortigiani, inviati a turno, provarono lo stesso terrore nel vedere il vuoto assoluto. Nessuno voleva confessare di non vedere nulla, così tutti tornavano dal sovrano lodando il tessuto invisibile con fervore esagerato. Finalmente, l'imperatore volle vedere di persona. Accompagnato da una scorta scelta, entrò nella sala. Il sole filtrava dalle finestre, illuminando la stanza, ma per quanto l'imperatore strizzasse gli occhi, il telaio restava desolatamente vuoto. Cosa succede? si chiese, sudando freddo sotto la tunica. Sono forse incapace di regnare? Ma, voltandosi verso i cortigiani, li vide tutti in estasi, gli occhi lucidi di una finzione perfetta. Meraviglioso! Splendido! esclamarono in coro, mentre applaudivano un vuoto pneumatico. L'imperatore, per non sembrare sciocco davanti ai sudditi, esclamò a sua volta: Sì, è un capolavoro di maestria! Mai visto niente di più fine! Il giorno della sfilata, la città era in fermento. L'imperatore si lasciò spogliare dai ciambellani che, con solennità, mimavano l'atto di vestirlo. Si guardò nello specchio, girando su se stesso come un ballerino, mentre le guardie lodavano la leggerezza del tessuto che pareva una ragnatela. Uscì per le strade tra gli applausi, mentre la folla ammassata lungo i bordi delle vie gridava ammirata, terrorizzata dall'idea di essere presa per sciocca. Che abiti magnifici! Che strascico regale! acclamavano tutti. All'improvviso, il silenzio fu rotto da una voce cristallina e pura. Un bambino, seduto sulle spalle del papà, indicò l'imperatore e rise di gusto: Ma se non ha niente addosso! È nudo come un verme! Un brivido corse tra la gente. Le parole, come un seme portato dal vento, si diffusero ovunque: Non ha niente addosso! Il bambino ha ragione! L'imperatore avvertì un brivido freddo sulla pelle nuda. Sapeva bene che i piccoli avevano ragione, ma il suo orgoglio era troppo grande. Invece di fermarsi, raddrizzò le spalle, alzò il mento e continuò a camminare, ancora più dritto, mentre i paggi continuavano a reggere uno strascico inesistente con grande gravità. In quel momento, la vanità fu svelata in tutta la sua miseria. La verità, semplice e coraggiosa, aveva vinto sulla paura della menzogna.

