C'era una volta, in un angolo tranquillo di un villaggio lontano, un gatto dal pelo lucido color cenere e un piccolo topo dalle vibrisse sottili e il musetto sempre in movimento. Nonostante la natura avesse creato i gatti per cacciare i topi, questi due avevano deciso di sfidare le leggi del mondo e diventare grandi amici. Il gatto, che si chiamava Baffo, era elegante e astuto, mentre il piccolo topo, che chiameremo Gigino, era coraggioso e un po' ingenuo. Un pomeriggio dorato, mentre le foglie d'autunno danzavano al vento, Gigino disse: «Baffo, amico mio, l'inverno si avvicina. Le nevicate saranno fitte e il cibo scarseggerà. Che ne dici di mettere da parte un tegame di grasso saporito per i giorni gelidi?» Baffo, con gli occhi socchiusi e furbi, miagolò in segno di assenso: «Ottima idea, piccolo amico! Lo nasconderemo in un angolo buio e sicuro della vecchia chiesa, dove il profumo di incenso proteggerà la nostra scorta». E così fecero, orgogliosi della loro provvista. Ma Baffo aveva un debole per la gola. Il desiderio di quel grasso lo tormentava come un solletico in gola. Dopo pochi giorni, disse: «Gigino, devo allontanarmi. Mia cugina ha avuto un gattino e mi ha chiesto di fargli da padrino. È un dovere sacro!». Il topo, col cuore colmo di bontà, rispose: «Che notizia meravigliosa! Vai pure, caro amico, e torna presto». «Come si chiama il cucciolo?» chiese curioso il topo. Baffo, che si era appena leccato le labbra dopo aver mangiato lo strato superiore della scorta, rispose con voce melliflua: «Si chiama Pelle-via». Il topo, ignaro, annuì felice. Ma la fame di Baffo era come un buco senza fondo. Pochi giorni dopo, le vibrisse del gatto fremevano ancora per il sapore del grasso. «Devo tornare da mia cugina, un altro gattino è nato!» esclamò. Gigino, sorpreso, chiese: «Un altro? Come si chiama stavolta?». Baffo, con la pancia che faceva le fusa, rispose: «Mezzo-via», riferendosi alla metà del grasso che aveva appena divorato. Il topo, pur trovando i nomi un po' strani, si fidò ciecamente del suo compagno. Infine, arrivò il giorno della verità. Il gatto, ormai sazio fino all'inverosimile, annunciò: «L'ultimo gattino è arrivato, devo andare a battezzarlo!». «E questo, come si chiama?» chiese Gigino. «Tutto-via!» rispose Baffo, leccandosi le baffi sporchi di unto. Quando arrivò l'inverno, il mondo si vestì di un bianco gelido e silenzioso. La neve cadeva fitta, coprendo i tetti di paglia. «È tempo di banchettare col nostro grasso, Baffo!» disse eccitato Gigino. I due si avviarono verso la chiesa, col cuore che batteva per la fame. Ma quando sollevarno la pietra che nascondeva il tegame, lo trovarono vuoto, lucido e pulito, come se non avesse mai contenuto nulla. Il piccolo topo, scaltro, unì i puntini nella sua mente: i nomi, le sparizioni, i ritorni improvvisi. «Baffo! Sei stato tu! Hai mangiato tutto inventando scuse assurde sui gattini!» esclamò Gigino con gli occhi lucidi di delusione. Il gatto, sentendosi scoperto e vedendo che il topo non serviva più, mostrò la sua vera natura: con un balzo rapido e crudele, ghermì il povero amico e lo mangiò in un boccone. Questa è la triste lezione che ci lascia la storia: non tutti coloro che chiamiamo amici lo sono davvero. Il gatto aveva tradito la fiducia di Gigino con bugie avvolte in nomi bizzarri. Il topo, che aveva scelto di credere alla bontà del gatto, pagò il prezzo più caro per la sua eccessiva fiducia. Ricorda sempre, caro piccolo lettore, di guardare oltre le parole gentili, perché un falso amico è una tempesta che non si vede arrivare, e la verità, prima o poi, si svela sempre, proprio come il fondo vuoto di un tegame di grasso.

