C'era una volta, nel cuore pulsante di una foresta antica dove i raggi del sole filtravano tra le foglie come fili d'oro, un cervo dal manto color del miele. Una mattina, arrivato sulle sponde di un lago dalle acque così calme da sembrare uno specchio d'argento, il cervo si fermò a contemplare la propria immagine. Era un animale magnifico, fiero e maestoso, ma il suo cuore era un po' troppo pieno di vanità. Si avvicinò al pelo dell'acqua, osservando con ammirazione il riflesso del suo capo incoronato da palchi ramificati, simili a sculture di legno prezioso. «Oh, guardate che meraviglia!» esclamò tra sé, con una nota di compiacimento nella voce. «Sono davvero il signore della foresta. Le mie corna sono come un'opera d'arte, così maestose, così imponenti da far sfigurare ogni altra creatura.» Poi, però, lo sguardo gli scese verso il basso e il suo umore cambiò istantaneamente. Sospirò profondamente, arricciando il naso. «Che disastro invece queste gambe. Sono così sottili, così fragili, quasi sembrano rametti secchi pronti a spezzarsi al primo soffio di vento. Quanto vorrei avere zampe più robuste, più eleganti, che rendano giustizia alla mia nobile figura!» Mentre il cervo era perso tra le sue lamentele, ignaro di tutto ciò che lo circondava, un profumo acre di predatore arrivò improvvisamente nell'aria, portato da una brezza dispettosa. Gli uccellini smisero di cantare e il silenzio calò improvviso nel bosco. Dalle ombre fitte tra i cespugli, un leone dorato uscì allo scoperto, con gli occhi che brillavano di fame e i muscoli tesi come corde di violino. Il cervo, colto di sorpresa, lanciò un nitrito di puro terrore. Il tempo parve fermarsi per un battito di ciglia, finché l'istinto non ebbe la meglio. Con un balzo fulmineo, le gambe tanto disprezzate iniziarono a muoversi. Sembrava che il cervo volasse sopra il muschio soffice; ogni muscolo, ogni tendine, ogni nervo delle sue zampe sottili si tendeva con una forza prodigiosa, spingendolo lontano come un soffio di vento tra gli alberi. Il leone, sorpreso da tanta agilità, iniziò a inseguirlo, ma il cervo guadagnava terreno con una velocità incredibile. Tuttavia, la sua corsa lo portò verso il fitto del bosco, dove i rami si intrecciavano fitti. Proprio mentre cercava di passare sotto una grande quercia secolare, le sue magnifiche e amate corna, troppo grandi e ramificate, si impigliarono in un intrico di rovi e rami bassi. Il cervo provò a divincolarsi, scalciò, tirò, ma il suo orgoglio era diventato la sua prigione. Il leone, vedendo la preda immobile, raggiunse in pochi attimi il punto dove il cervo era bloccato e, con un ruggito che fece tremare le foglie, lo catturò. Mentre sentiva la fine avvicinarsi, il cervo non poté fare a meno di pensare con amarezza al momento in cui si era specchiato nel lago. «Che ironia crudele!» pensò tra le lacrime, col cuore che batteva forte contro le costole. «Ho disprezzato le mie gambe, che con tanta fatica e dedizione stavano cercando di portarmi in salvo, e ho adorato le mie corna, che non sono state altro che una trappola mortale.» Proprio in quel momento capì la lezione amara della vita: spesso ciò che crediamo brutto o insignificante è il nostro tesoro più prezioso, e ciò che luccica di vanità è il peso che ci impedisce di correre verso la libertà.

