C'era una volta, in un prato accarezzato dal sole del mattino, una coccinella piccina piccina, con la corazza color rosso fragola e sette puntini neri, lucidi come gocce di inchiostro. Il suo nome era Ciccia, ma tutti la chiamavano la Coccinella Curiosa, perché i suoi occhioni neri non stavano mai fermi. Ogni mattina, mentre la rugiada brillava come diamanti sull'erba, Ciccia iniziava il suo giro d'ispezione. «Cosa c'è dietro quel fiore di campo?» chiedeva con entusiasmo, muovendo le antenne. «E dietro quel vecchio albero di quercia che sembra un gigante addormentato? E cosa nascondono quelle nuvole che sembrano batuffoli di zucchero filato?» Un giorno, sospinta da una brezza leggera che profumava di menta e libertà, Ciccia decise di volare più lontano del solito. Le sue alucce trasparenti battevano veloci, portandola oltre il boschetto dove vivevano le sue amiche formiche. Improvvisamente, si ritrovò in un giardino fatato, un luogo che sembrava uscito da un sogno. Non aveva mai visto colori così sgargianti: rose di un blu cobalto profondo come il cielo notturno, tulipani di un verde smeraldo brillante e girasoli dalle petali color viola acceso che parevano velluto. «Oh, che meraviglia assoluta!» esclamò Ciccia, posandosi su una foglia che sapeva di melata. Il cuore le batteva forte per l'emozione, ma quando provò a riprendere il volo per tornare a casa, il sole si era fatto basso e l'ombra dell'albero si era allungata, nascondendo il sentiero. Ciccia girò a destra, poi a sinistra, ma ogni fiore le sembrava sconosciuto. Il panico le fece tremare le zampine. «Aiuto! Qualcuno mi aiuti, mi sono persa!» sussurrò con un filo di voce, mentre una lacrima minuscola le rigava la guancia rossa. Proprio in quel momento, un battito d'ali elegante oscurò per un attimo la luce. Una farfalla dalle ali dorate, grande quanto un palmo di mano, si posò con delicatezza accanto a lei. «Piccola viaggiatrice, perché piangi in un giardino così incantato?» chiese la farfalla con voce dolce come miele. Ciccia tirò su col naso. «Sono così smarrita. Cercavo avventure, ma ora non trovo più la via verso il mio prato.» La farfalla inclinò la testa. «Descrivimi la tua casa, piccola. Come faccio a riconoscerla?» Ciccia chiuse gli occhi e si concentrò. «Il mio giardino profuma di casa. Ha rose di un rosso fuoco, tulipani gialli come il sole a mezzogiorno e girasoli talmente grandi che ci si può giocare a nascondino.» La farfalla sorrise, facendo vibrare le ali d'oro. «Oh, quel giardino! Lo conosco bene, è proprio oltre il ruscello canterino. Seguimi, non aver paura!» Volarono insieme sopra il ruscello che gorgogliava tra le pietre, oltre la collina dei sassi bianchi, finché non apparve la familiarità dei colori che Ciccia amava tanto. «Ecco il tuo giardino!» annunciò la farfalla. La coccinella saltò di gioia. «Grazie, grazie infinite! Ma come facevi a sapere dove abitassi?» La farfalla le accarezzò il dorso con un'antenna. «Io volo ovunque, cara amica. Conosco ogni prato, ogni siepe e ogni segreto di questo mondo.» Quella sera, mentre tornava nel suo fiore preferito, Ciccia imparò una lezione preziosa: la curiosità è un dono meraviglioso, ma non deve farci dimenticare la strada del ritorno. Capì che chiedere aiuto non è segno di debolezza, ma di intelligenza. Da quel momento in poi, Ciccia continuò a esplorare il mondo con i suoi sette puntini, ma prese l'abitudine di segnare la via strofinando un petalo di lavanda o di rosa lungo il sentiero, lasciando una scia di profumo per essere sempre certa di poter tornare tra le braccia del suo prato sicuro.

