Sotto il sole cocente di una Sicilia che profuma di zagara e terra arsa, sorgeva la tenuta di don Lollò, un uomo dal temperamento acceso come un peperoncino e dai baffi sempre arricciati per l'impazienza. Al centro della sua vita, o almeno dei suoi pensieri agricoli, c'era una giara monumentale, maestosa e panciuta, alta quasi quanto un uomo, colma fino all'orlo di un olio dorato e prezioso che brillava come oro liquido sotto i raggi del sole estivo. Un pomeriggio, mentre le cicale cantavano un ritmo frenetico tra i rami degli ulivi, un rumore secco, uno schianto improvviso come un tuono inaspettato, ruppe la quiete: la giara, tradita dal tempo o da un colpo sfortunato, si era spaccata, aprendosi in una lunga, brutta ferita verticale. Don Lollò, vedendo quel disastro, lanciò grida che arrivarono fino in cima alla collina. Senza perdere tempo, mandò a chiamare Zi' Dima Licasi, il riparatore leggendario che possedeva il segreto di una colla magica, una miscela densa di pece e gesso capace di unire persino le pietre. Zi' Dima arrivò curvo sotto il peso dei suoi attrezzi, il viso segnato da rughe profonde come solchi di aratro e gli occhi brillanti di intelligenza antica. Si avvicinò alla giara con rispetto, la accarezzò come se fosse una creatura viva e, dopo aver valutato il danno, sentenziò che per un lavoro perfetto doveva entrarci dentro. Si infilò nell'apertura col suo cesto di attrezzi, e per ore, tra le pareti di coccio, lavorò alacremente, spalmando la sua colla prodigiosa con la precisione di un artista. Quando finalmente finì, il silenzio scese nel cortile. «Finito!» gridò Zi' Dima dalla pancia del recipiente. Ma, nel tentativo di uscire, accadde l'impensabile: il suo corpo, troppo rigido e angolato, non trovava più la via d'uscita. La giara, nella sua perfezione ritrovata, era diventata la sua prigione. «Aiuto! Sono incastrato!» urlava Zi' Dima, e la sua voce rimbombava nel buio della giara come dentro una grotta. Don Lollò, rosso in volto per la rabbia, sbraitava gesticolando verso il cielo: «Rompi il coccio, sciagurato, e vieni fuori!» Ma Zi' Dima, con un orgoglio inflessibile, ribatteva: «Giammai! Il mio lavoro è perfetto, la giara è tornata integra. Romperla sarebbe un sacrilegio contro l'arte!» La notizia si sparse veloce come il vento tra i mandorli: presto, tutto il villaggio si era radunato intorno a loro. C'erano contadini con le mani sporche di terra, donne con i grembiuli gonfi di uova e ragazzini curiosi che spiavano la scena ridendo di cuore per quella strana commedia. Don Lollò e Zi' Dima non smettevano di litigare, un braccio di ferro fatto di parole e risentimento, finché, esasperati, si rivolsero a un avvocato del paese. L'uomo di legge, aggiustandosi gli occhiali sul naso, ascoltò le arringhe dei due contendenti con infinita pazienza. «La giara appartiene a don Lollò, ma la riparazione è l'anima di Zi' Dima. Poiché la giara senza riparazione era nulla e la riparazione senza la giara non ha casa, le due entità sono ormai indivisibili. Dichiaro che la giara è di entrambi!» Di fronte a quel verdetto che suonava come una barzelletta, il silenzio durò solo un istante. Poi, don Lollò guardò Zi' Dima, Zi' Dima guardò don Lollò, e i loro volti si distesero in una smorfia che divenne un sorriso e infine una risata fragorosa che scosse l'aria. «Che assurdità!» esclamò don Lollò, asciugandosi le lacrime di ilarità. «È proprio una follia degna di noi!» aggiunse il riparatore, scuotendo la testa. Con un colpo deciso, don Lollò diede un calcio alla giara, che si sbriciolò in mille pezzi, liberando finalmente Zi' Dima. Erano di nuovo davanti a un mucchio di cocci, eppure, in quel momento di leggerezza e di follia condivisa, scoprirono che la vita, nonostante le sue crepe, è sempre un regalo prezioso. Si strinsero la mano, diventando compari per la vita, perché avevano capito che ridere dell'assurdo non ripara solo le giare, ma guarisce i cuori rendendoli invincibili, proprio come la colla magica di Zi' Dima.

