C'era una volta, a Firenze, una terribile pestilenza. La gente moriva, la città era deserta. Sette giovani donne, per fuggire la morte, decisero di rifugiarsi in campagna, in una villa fuori città. Ma la noia, in campagna, era grande. «Cosa facciamo?» disse una, Pampinea. «Raccontiamo storie!» disse un'altra. E così, ogni giorno, ognuna raccontava una novella. Dieci giorni, cento storie: il Decameron. **La novella di Ciappelletto** La prima storia fu su Ciappelletto, un uomo cattivo. Ma quando morì, fece un finto pentimento e fu dichiarato santo! «Vedete?» disse Pampinea. «La santità, a volte, è apparenza. Il vero bene è nel cuore, non nella reputazione.» **La novella delle tre pere** Un'altra storia: un uomo povero, che aveva solo tre pere, le donò a un santo. Il santo lo benedisse e l'uomo divenne ricco. «La generosità» disse la narratrice, «anche piccola, è premiata.» **La novella di Federigo** Federigo amava una donna, Monna Giovanna, ma lei non lo guardava. Federigo spese tutto per lei, anche il suo falcone, l'unica cosa che gli restava. Monna Giovanna, vedendo questo amore, si innamorò. «L'amore vero» disse, «non si misura dai doni, ma dal cuore.» **La novella di Calandrino** Calandrino era un uomo semplice, che si credeva furbo. Un giorno, credette di aver trovato una pietra magica che rendeva invisibili. Ma gli amici gli fecero uno scherzo: fecero finta di non vederlo. Calandrino, credendo di essere invisibile, fece cose buffe. «La stoltezza» disse la narratrice, «è divertente, ma anche istruttiva: chi si crede furbo, è il più stolto.» **La novella di Griselda** Griselda era una donna paziente. Il marito la mise alla prova: le prese i figli, la cacciò di casa, la umiliò. Ma Griselda restò paziente. Alla fine, il marito le restituì tutto. «La pazienza» disse la narratrice, «è una virtù. Ma anche l'amore ha dei limiti.» Le cento storie del Decameron parlavano di tutto: amore, fortuna, ingegno, generosità, stoltezza. Le sette donne, raccontando, dimenticarono la peste. E le storie, che parlavano della vita, le tennero vive. Alla fine, dopo dieci giorni, la peste finì. Le donne tornarono in città. Ma non dimenticarono le storie. «Le storie» disse Pampinea, «ci hanno salvato. Non dalla morte, ma dalla noia, dalla disperazione. E chi racconta, vive, anche nel tempo più buio.» Il Decameron insegnó che le storie salvano. Boccaccio, con le sue cento novelle, aveva mostrato che la vita, anche nella morte, può essere raccontata, e il racconto, anche quando non ferma la morte, ferma la disperazione. E le sette donne, che avevano raccontato per dieci giorni, avevano trovato la forza nella narrazione. Perché le storie, come la vita, sono infinite, e chi le racconta, le fa vivere, e chi le ascolta, le fa proprie, e la vita, anche quando è buia, ha sempre una storia da raccontare, perché la storia, come il sole, sorge anche dopo la notte più lunga, e chi racconta, anche nel buio, fa luce, perché la parola, come il pane, nutre, e chi nutre, salva, non il corpo, ma l'anima, e l'anima, quando è nutrita, resiste, anche alla morte.

