C'era una volta, in campagna, un ragazzo di nome Giovanni che ascoltava i suoni della sera. Ogni sera, sedeva fuori e sentiva: il ruscello, il vento, gli uccelli, i grilli. Ogni suono era una voce, ogni voce era una storia. Un giorno, Giovanni sentì un suono nuovo: un canto lontano. Era una lavandaia, che lavava i panni al ruscello e cantava. «Che bella voce!» disse Giovanni. Si avvicinò, ascoltò. La lavandaia, che non lo vide, cantava una canzone triste: d'amore, di lontananza, di nostalgia. Giovanni, che era piccolo, non capiva le parole. Ma sentiva il tono: dolce, malinconico, come un ricordo. «La canzone» pensò, «parla di qualcosa di perduto. Ma cosa?» Non poteva saperlo. Ma il suono, anche senza parole, era bello. E chi ascolta, anche senza capire, sente. Giovanni tornò a casa. «Mamma» disse, «ho sentito una canzone. Era bella, ma triste. Perché?» La madre sorrise. «Le canzoni, a volte, sono tristi. Ma la tristezza, quando è cantata, è bella. E chi canta, anche se triste, è vivo.» Il giorno dopo, Giovanni tornò al ruscello. Ma la lavandaia non c'era. Il ruscello, senza la canzone, era silenzioso. «Dov'è?» chiese Giovanni. Nessuno rispose. La lavandaia, come la canzone, era andata via. Giovanni era triste. «La canzone» disse, «non c'è più. Ma il ricordo, quello resta. E chi ricorda, anche senza sentire, ha la canzone nel cuore.» Gli anni passarono. Giovanni crebbe, lasciò la campagna, andò in città. Ma non dimenticò la canzone della lavandaia. Ogni sera, quando sentiva un suono, ricordava: il ruscello, il canto, la malinconia. «I suoni» disse, «sono memorie. Anche quando non ci sono, restano. E chi ascolta, anche dopo, sente.» Giovanni scrisse poesie, per ricordare. Le chiamò 'Myricae', come le foglie secche. «Le foglie secche» disse, «sono morte. Ma sono belle. Come i ricordi: anche se il passato è morto, il ricordo è bello. E chi ricorda, anche se triste, è vivo.» Myricae insegnó che i suoni, anche quando passano, restano nella memoria. Pascoli, con le sue poesie, aveva mostrato che la campagna, con i suoi suoni, è un mondo di voci. E chi, come Giovanni, ascolta, sente non solo il suono, ma il senso. E la lavandaia, che era andata via, viveva nella poesia. Perché la poesia, come la memoria, ferma il suono, anche quando la voce tace. E chi ascolta, anche dopo, sente. E chi sente, anche senza capire, vive. Perché la vita non è solo capire, ma sentire. E chi sente, anche un ruscello, anche un canto, anche un grillo, è vivo. E la campagna, con i suoi suoni, è il mondo dell'infanzia: quello che, anche quando è perso, resta nel cuore, come una canzone, come un ruscello, come una foglia secca, bella anche nella morte, perché la memoria, come la poesia, non resuscita, ma ricorda, e chi ricorda, anche se triste, è ricco, perché ha i suoni del passato, e i suoni del passato, anche se muti, sono vita, se c'è chi li sente, nel cuore.

